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La Regione Campania ha inserito, tra i Grandi Progetti da finanziare attraverso l’utilizzo delle risorse del POR FESR 2007/2013, il Grande Progetto “Interventi di difesa e ripascimento del litorale del golfo di Salerno”, per il quale è stato individuato quale beneficiario la Provincia di Salerno. Tale  opzione trae origine dalla necessità di individuare azioni di risanamento e difesa di un lungo tratto di litorale della provincia di Salerno, comprendente i comuni di Pontecagnano Faiano, Battipaglia, Eboli, Capaccio e Agropoli, che risulta attualmente soggetto a un costante e progressivo arretramento a causa di fenomeni di erosione costiera. L’area oggetto dell’intervento è compresa nell’unità fisiografica della piana del Sele, complessivamente estesa tra le località di Salerno ed Agropoli (foce del fiume Picentino e torre San Marco),  per uno sviluppo lineare complessivo di circa 33 km ed orientata secondo la direzione NW - SE. Essa costituisce il bordo costiero del graben peritirrenico del Golfo di Salerno. La realizzazione dell’intervento è finalizzata al riassetto ed alla rifunzionalizzazione della costa, in risposta alle esigenze di difesa dell’abitato e delle infrastrutture costiere, di riqualificazione, valorizzazione e fruizione sostenibile della fascia litoranea, di tutela, ripristino e valorizzazione degli habitat costieri.

Che cosa sta accadendo alla costa?

A partire dalla seconda metà del secolo scorso, ovvero grossomodo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la costa del Golfo di Salerno posta in prossimità della foce del Fiume Sele ha iniziato a soffrire di problemi di erosione e, quindi, la linea di riva ha iniziato ad arretrare. Col passare del tempo, l’arretramento della linea di riva si è progressivamente esteso alle coste limitrofe poste a nord e a sud della foce del fiume. Si è calcolato che dagli anni ’50 ad oggi la foce del Sele è arretrata di più di 200 m e che il litorale ha perso complessivamente circa 13 milioni di metri cubi di sabbia. Ogni anno il litorale continua a perdere circa tra 150 mila e 200 mila metri cubi di sabbia. Attualmente l’erosione della costa interessa direttamente circa 10,0 km di litorale posti a cavallo della foce fluviale e in modo indiretto circa 40 km di costa. Si prevede che in fututo l’erosione continui a progredire interessando, al passare del tempo, una estensione di litorale via via crescente.

Per quale motivo si sta verificando l’erosione della costa?

L’origine principale dei problemi erosivi della costa è costituita dalla riduzione del trasporto solido dei fiumi, ovvero in questo caso del trasporto solido del fiume Sele. Il Sele è il fiume di maggiori dimensioni (sia per lunghezza sia per superficie del bacino idrografico sotteso dalla sua foce) che sfocia nel Golfo di Salerno. Con il suo trasporto solido ha costruito, nel tempo, sia la pianura del Sele sia la costa.

Che cosa è il trasporto solido dei fiumi?

Il trasporto solido dei fiumi è costituto dai sedimenti (ghiaie, sabbie e limi) che vengono trasportati dalle correnti fluviali.

Da dove proviene il trasporto solido fluviale?

Il materiale solido trasportato dai fiumi proviene dall’azione di smantellamento dei rilievi montuosi causata dagli agenti atmosferici (piogge, ghiaccio, neve, grandine, cicli di gelo e disgelo, ecc.). L’acqua che scorre sul terreno durante le piogge trasporta nella “rete idrografica” i sedimenti che provengono dallo smantellamento delle rocce. La rete idrografica, con il materiale solido che trasporta, alimenta i fiumi. I fiumi durante le piene, ovvero quando la velocità delle correnti fluviali è rilevante, riescono a trasportare verso il mare i sedimenti. Il materiale solido trasportato dai fiumi tende a selezionarsi per dimensioni lungo il suo tragitto. In montagna, dove le pendenze fluviali sono rilevanti e quindi è maggiore la velocità della corrente, il fiume riesce a trasportare anche massi di grandi dimensioni. In pianura, dove le pendenze fluviali sono modeste e quindi è modesta anche la velocità delle correnti fluviali, il fiume riesce a trasportare solo il materiale di minore granulometria (diametro) costituito dalle sabbie e dal limo. In alcuni casi, oltre alla sabbia e al limo, i fiumi riescono a trasportare nel loro tratto di pianura anche le ghiaie.

Che ruolo svolge il trasporto solido fluviale per la stabilità delle coste?  

La sabbia ed i limi, trasportati dai fiumi, vanno ad alimentare le coste. In particolare la sabbia che arriva al mare (e in alcuni casi anche la ghiaia) va a formare e ad alimentare le spiagge, mentre il limo, più fine, tende a sedimentare a largo dove le correnti tendono ad annullarsi. Sostanzialmente quindi possiamo affermare che le spiagge sono “costruite” dai fiumi mediante la sabbia che essi trasportano.

Che ruolo svolgono le onde del mare nei confronti della stabilità delle coste?

Le onde del mare, e in particolare le correnti generate dalle onde frangenti che hanno direzione parallela alla costa (correnti longitudinali), trasportano la sabbia proveniente dalla foce fluviale lungo la costa. Possiamo pensare che parallelamente alla costa continui a scorrere, anche se in modo discontinuo nel tempo, un fiume che trasporta i sedimenti provenienti dalla foce fluviale. Però non tutti i sedimenti scorrono parallelamente alla costa alimentandola. Ad esempio, durante le mareggiate, una parte dei sedimenti “scappa” verso il largo ad opera delle correnti trasversali. Questo materiale si perde verso il largo e smette di alimentare la costa. In conclusione, quindi, mentre il trasporto solido fluviale tende a provocare l’avanzamento verso il mare della foce fluviale, le onde tendono a smantellare la stessa foce fluviale alimentando le coste adiacenti. Quindi i due fenomeni hanno un comportamento opposto. Estremizzando e semplificando possiamo affermare: il fiume tende a costruire le spiagge mentre il moto ondoso tende a smantellarle.

Schema di una foce fluviale con trasporto solido fluviale e trasporto solido longitudinale dovuto al moto ondoso

Qual'è o sarebbe l’evoluzione naturale delle coste, ovvero in assenza dell’interferenza dell’uomo?

L’evoluzione naturale di una costa in assenza di interferenze antropiche è generalmente quella di avanzare verso il mare. Abbiamo numerose prove in tutto il mondo e in particolare nel Mediterraneo (vedi ad esempio la posizione arretrata rispetto all’attuale linea di riva dei resti di alcuni porti romani come i porti Claudio e Traiano a Fiumicino) che l’avanzamento delle coste si è verificato quasi ovunque negli ultimi 2000 anni, nonostante il livello del mare sia aumentato (eustatismo) a causa dello scioglimento progressivo dei ghiacciai e delle calotte polari (si evidenzia che gli oceani sono in “fase eustatica” da circa 18 mila anni, ovvero dal tempo dell’ultima glaciazione, e che da allora il livello del mare è aumentato sul nostro pianeta di circa 120 metri). Sostanzialmente, quindi, i processi naturali tendono a smantellare i rilievi, ovvero le montagne, e a far avanzare le coste. Con riferimento a quanto detto al punto precedente, normalmente, quindi, tra l’opera naturale di costruzione delle spiagge, dovuta al trasporto solido fluviale, e quella di smantellamento delle spiagge, causata dalle onde frangenti, tende a prevalere quella di costruzione.

Come si fa a riconoscere se una costa sabbiosa è stata nel passato in avanzamento?

Le falcate sabbiose, che presentano un’estroflessione (cuspide) verso il mare in prossimità di una foce fluviale, sono state nel passato in avanzamento. Se la foce denuncia segni di erosione, vuol dire che l’opera di smantellamento del moto ondoso oggi prevale sull’opera di costruzione del litorale causata dai sedimenti portati dal fiume.

Foce estroflessa del Fiume Sele

Allora, riallacciandoci all’inzio di questa analisi, ora capiamo che la causa principale dell’erosione della costa della foce del Sele, la cui costa è a forma di cuspide, è dovuta alla riduzione del trasporto solido fluviale. In generale l’arretramento delle coste può essere dovuto anche ad altre con-cause, ma la riduzione degli apporti solidi fluviali è quasi sempre la causa principale dell’erosione.

Perché il trasporto solido del Sele è diminuito?

Il trasporto solido del Sele è diminuito a causa delle opere realizzate dall’uomo lungo l’asta fluviale e più in generale all’interno del bacino idrografico dello stesso fiume. Le opere che determinano la riduzione del trasporto solido fluviale sono quelle rivolte sia alla “stabilizzazione“ dei terreni montani, sia alla “regimentazione delle acque fluviali”. Alla prima categoria appartengono, ad esempio, i muri di sostegno e gli interventi eseguiti per stabilizzare i versanti e le frane, mentre alla seconda categoria appartengono le traverse fluviali, le dighe, le casse di espansione, ecc. In sostanza, nell’evitare che avvenga il così detto “dissesto idrogeologico”, si causa l’erosione delle coste. Più materiale tratteniamo a monte più le coste si erodono.

Esempio di diga di sbarramento fluviale che trattiene i sedimenti a monte

Diga di Persano sul Fiume Sele

Questo problema si sta verificando solo nel Golfo di Salerno?

No, accade un po’ ovunque nei paesi industrializzati ed è stato causato dal “boom demografico” che è iniziato dopo la seconda guerra mondiale. L’aumento esponenziale della popolazione, dovuto all’incremento del benessere, ha spinto l’uomo ad “antropizzare” estensioni via via crescenti di territorio ed in particolare le pianure vicine ai fiumi e alle coste. Si sono così diffuse le opere idrauliche e di stabilizzazione del territorio che hanno causato la riduzione del trasporto solido fluviale, ma hanno sostenuto lo sviluppo economico italiano. Si cita, ad esempio, che l’energia idroelettrica prodotta con le dighe e le traverse fluviali negli anni ’60 in Italia ammontava a circa l’82% dell’energia totale prodotta e che oggi, sempre in Italia, costituisce il 54% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili.

Che cosa accadrebbe se non facessimo nulla?

Se non facessimo nulla, l’erosione tenderebbe a progredire modificando la linea di costa che cercherebbe di raggiungere una nuova forma planimetrica di equilibrio ruotando intorno ai due estremi inerodibili che la delimitano a nord e a sud. Ad esempio, se non ci fossero le infrastrutture create dall’uomo, nel Golfo di Salerno i punti di rotazione della spiaggia, ovvero le “cerniere”, sarebbero costituiti grossomodo dalla penisola Sorrentina a nord e a dalla penisola del Cilento a sud. Ovviamente, questo non può più accadere perché specialmente lungo il litorale nord sono state costruite molte infrastrutture “inerodibili” costituite dai muri di sponda che delimitano la strada che corre lungo la costa, dalle opere di difesa costiera e dalle infrastrutture portuali. Anche sulla sponda sinistra della foce del Sele è stata realizzata una difesa radente che svolge la funzione di punto inerodibile (cerniera).

Il “non far nulla” negli studi ambientali viene denominato “opzione zero”. Nel caso del Sele, le simulazioni numeriche effettuate per analizzare l’evoluzione futura della costa (prossimi dieci anni) mostrano che la zona maggiormente esposta all’erosione è quella posta a cavallo della foce fluviale e che il litorale maggiormente soggetto all’arretramento della linea di riva è quello posto a nord della stessa foce. L’erosione tenderebbe a distruggere l’habitat naturale costituito, oltre che dalla spiaggia, anche dai resti delle dune costiere esistenti e dalle pinete. Probabilmente, il non far niente porterebbe a realizzare progressiamente nel tempo interventi di tipo puntuale nelle aree da difendere a causa della presenza di beni esposti all’agressione ondosa. Interventi estemporanei di questo tipo, non pensati organicamente sull’intera unità fisiografica, causerebbero in alcune zone una sorta di “reazione a catena” accelerando sottoflutto l’erosione. Qualche cosa di simile è accaduto negli ultimi quaranta anni in Adriatico lungo le coste dell’ Emilia Romagna, delle Marche e dell’Abruzzo, dove sono stati realizzati numerosi interventi di difesa costiera eseguiti in modo disorganico che hanno in molti casi peggiorato la situazione.

Ovviamente, per il litorale del Golfo di Salerno il non far nulla significherebbe perdere il turismo legato all’ambiente, e quindi alle spiagge e alle vestigia storico-archeologiche presenti nell’area, che può costituire un importante volano socio-economico per il territorio.

Che cosa si potrebbe fare per riprisitinare il trasporto solido fluviale?

Sicuramente è impensabile smantellare le opere realizzate per regimentare i terreni montani e le acque fluviali, perché ciò significherebbe rinunciare all’utilizzo del territorio e quindi anche a parte dell’attività agricola. Alcune azioni sono state intraprese a livello legislativo per evitare il prelievo degli inerti (sabbie e ghiaie) direttamente dagli alvei fluviali. Il ripristino di parte del trasporto solido fluviale si potrebbe ottenere prelevando la sabbia a monte delle dighe e delle traverse fluviali per farla passare in modo artificiale a valle di esse, ovvero realizzando opere dette di “by-pass” il cui fine sarebbe quello di consentire al materiale trasportato dalle correnti fluviali di raggiungere il mare. Tuttavia, il materiale sedimentato a monte delle dighe e delle traverse fluviali risulta spesso inquinato poiché lo sono le acque fluviali. La normativa ambientale vigente impone a chi preleva sabbia inquinata a monte delle dighe e delle traverse, anche con il solo obiettivo di ripristinare il trasporto solido fluviale con interventi di by-pass, di disinquinare la stessa sabbia affrontando costi molto elevati spesso non sostenibili dalla comunità. La conseguenza è che nessuna amministrazione si sogna di portare la sabbia a valle degli sbarramenti, perché non ha le risorse economiche per affrontare il problema. Il paradosso di questa situazione, ovvero della normativa, risiede nel fatto che se la sabbia inquinata andasse naturalmente verso il mare ciò sarebbe consentito. Questa normativa ambientale, peraltro, è di tipo penale, per cui tutte le amministrazioni hanno timore a provare ad affrontare il problema. L’unica soluzione consiste nel risolvere il problema alla radice, ovvero bisognerebbe occuparsi con determinazione del disinquinamento delle acque fluviali. In molte nazioni europee ci si è riusciti, curando in modo particolare gli impianti di trattamento delle acque di scarico delle città e delle industrie e prestando particolare attenzione all’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti. Ciò ha, ovviamente, contribuito anche al miglioramento della qualità ambientale del trasporto solido fluviale.

Ci sono soluzioni alternative per portare sabbia ai litorali?

Si, una tecnica è quella del “ripascimento artificiale” la quale consiste nel versare sul litorale in modo artificiale da terra (con camion) o da mare (con apposite navi) sabbia proveniente o da “cave terrestri” o da “cave marine”. Purtroppo, però, non è semplice trovare la “materia prima”, anche perché di nuovo la normativa ambientale non ci aiuta in quanto la sabbia da versare sui litorali deve essere il più possibile simile a quella che è già presente sugli stessi litorali. Purtroppo, a causa dei quantitativi in gioco, generalmente dell’ordine di milioni di metri cubi, spesso risulta impossibile o quantomeno molto costoso trovare sabbia idonea per il ripascimento. Comunque, il ricorso al solo ripascimento, detto anche “ripascimento puro”, implica garantire una costante manutenzione del litorale.

Ad esempio, nel caso della Foce del Sele nell’ambito del presente progetto, si è calcolato che per stabilizzare il litorale per i prossimi dieci anni sarebbe necessario versare artificialmente circa 1,5/2,0 milioni di metri cubi di sabbia. Attualmente questi quantitativi non sono disponibili nella zona a costi sostenibili. Tuttavia, ipotizzando anche di trovare la sabbia ad un costo di circa 30 Euro al metro cubo, sarebbe necessario investire ogni 10 anni una somma compresa tra 45 e 60 Ml di euro di sabbia che, tenendo conto dell’IVA e degli oneri aggiuntivi previsti dalla legge, implicherebbe ogni dieci anni un investimento compreso tra 60 e 80 milioni di euro. Sostanzialmente, quindi, nell’ipotesi errata di disporre di quantitativi illimitati di sabbia, ogni dieci anni si dovrebbero spendere grossomodo tutte le risorse economiche oggi disponibili.

Che alternative ci sono?

L’unica alternativa perseguibile è quella di cercare di stabilizzare il litorale con opere di difesa di “tipo rigido”, da accoppiare anche ad interventi di ripascimento. La funzione delle opere di “tipo rigido” è quella di stabilizzare il litorale nella forma planimetrica che oggi possiede, riducendo i quantitativi di sabbia necessari per la manutenzione dello stesso litorale. Il progetto sviluppato dalla Provincia di Salerno accoppia difese rigide (costituite prevalentemente da pennelli) con un intervento di ripascimento che prevede un quantitativo di sabbia di circa 200 mila metri cubi, che dovrebbe essere versato a scopo di manutenzione del litorale ogni dieci anni. Si prevede in questo modo di ridurre, rispetto alla soluzione “ripascimento puro”, di circa 10 volte la sabbia necessaria per la manutenzione del litorale, ottenendo quindi nel tempo un elevato risparmio.

   

Schema di funzionamento di un sistema di difesa a pennelli

 

Schema illustrativo di una foce fluviale a cuspide in corso di demolizione per riduzione degli apporti solidi fluviali ed utilizzo di pennelli a “T” per la stabilizzazione della linea di costa

Che cosa sono le “opere rigide” e i pennelli?

Nel campo dell’ingegneria costiera – branca dell’ingegneria civile – si è voluto distinguere gli interventi di ripascimento, spesso indicati anche con il termine di interventi di “tipo morbido”, da quelli realizzati generalmente con materiale lapideo (scogli) che sono stati denominati “interventi rigidi”, a ragione del fatto che non vengono modellati dall’azione delle onde come invece lo sono quelli “morbidi”.

Le principali tipologie di interventi rigidi sono costituite dai pennelli, disposti ortogonalmente alla linea di riva, dalle barriere distaccate, disposte parallelamente alla costa ma ad una certa distanza da essa, e dalle difese radenti, che sono poste in aderenza alla costa. I pennelli costituiscono la scelta ottimale quando un litorale è soggetto a trasporto solido longitudinale, come accade per gran parte del litorale del Golfo di Salerno. La funzione dei pennelli sarà quella di stabilizzare la costa cercando di garantire grossomodo la conservazione della forma planimetrica attuale, la quale, come visto, risulterebbe, in assenza di interventi, non stabile.

 

Ripascimento protetto con pennelli a “T”

Stabilizzazione di litorali estroflessi verso il mare ottenuta con pennelli

 

 Litorale di Paola (Calabria) difeso con pennelli a “T” emergenti

Dal punto di vista ambientale i pennelli presentano degli inconvenienti?

Sicuramente si può affermare che i pennelli, rispetto alle altre due tipologie di difese rigide, presentano i minori inconvenienti dal punto di vista ambientale poiché consentono un ottimo ricambio idrico e non offrono un elevato impatto visivo essendo disposti ortogonalmente alla costa. Poiché i pennelli devono, per ragioni idrauliche, essere “radicati” sulla spiaggia, quando la battigia è molto stretta (poco profonda in senso trasversale) a causa ad esempio della presenza di infrastrutture, i pennelli, presentando il radicamento posto in direzione ortogonale alla costa, potrebbero costituire un ostacolo al percorrere a piedi la spiaggia in senso longitudinale. In questi casi, si può facilmente ovviare al problema mediante il ricorso a sistemi di attraversamento pedonale del pennello.

Si evidenzia, che i pennelli adottati dal progetto della Provincia di Salerno sono “parzialmente sommersi”, ovvero sono emergenti dal livello medio marino e quindi sono visibili solo per una lunghezza pari circa alla loro metà, riducendo in tal modo l’impatto visivo rispetto ad un pennello tradizionale totalmente emergente dal livello del mare. La testata sommersa dei pennelli è dotata di un’ala disposta ortogonalmente all’asse longitudinale del pennnello. Tale ala, che conferisce al pennello la forma di una “T”, risulta anch’essa sommersa e quindi non visibile. La funzione della testata a forma di “T” è quella di limitare le perdite dei sedimenti verso il largo.

Da un punto di vista ambientale, si evidenzia che le opere rigide realizzate con materiale lapideo (in questo caso si utilizzeranno scogli di origine calcarea) favoriscono lo sviluppo locale di specie ittiche poiché gli ammassi di scogli di cui sono costituite offrono delle ottime “tane naturali” per i pesci. Si è riscontrato che questo aspetto è molto apprezzato dai bagnanti, insieme al fatto che la presenza degli scogli spezza la monotonia dei lunghi litorali sabbiosi.

 

Sarebbe possibile operare in modo diverso?

Come richiesto dalla normativa vigente, si sono esaminate tutte le possibili soluzioni alternative che la comunità tecnico-scientifica mondiale ritiene “consolidate”, ovvero per le quali è possibile stabilire o calcolare con ragionevole certezza sia l’effetto da esse prodotto in termini di risposta “morfodinamica” del litorale sia le azioni prodotte su di esse dal moto ondoso, aspetto fondamentale per il loro dimensionamento strutturale. Alcune di queste soluzioni alternative sono state descritte in precedenza (“opzione zero”, solo ripascimento e ripristino del trasporto solido fluviale). Nell’analisi delle soluzioni alternative, si è escluso il ricorso alle barriere parallele e alle difese radenti perché ritenute non idonee al presente caso come indicato in dettaglio nei documenti di progetto.

Per quanto riguarda ulteriori soluzioni alternative, occorre evidenziare che, poiché come detto in precedenza l’erosione delle coste è diventata un problema mondiale, negli ultimi venti anni si è assistito ad un proliferare di “metodi innovativi” rivolti a risolvere il problema dell’erosione delle coste.

Alcuni di questi metodi si basano, ad esempio, sul ricorso ad elementi artificiali (di solito realizzati in calcestruzzo) aventi varie forme studiate per causare il frangimento del moto ondoso. Questi elementi sono stati studiati per sostituire il materiale lapideo (scogli) proveniente dalle cave. Anche se chi li produce ovviamente non lo dice (generalmente questi elementi sono tutelati da brevetto per cui non possono essere prodotti da chiunque), la loro applicazione può essere giustificata quasi esclusivamente nelle zone del mondo dove non sono disponibili cave dalle quali “coltivare” (prelevare) i massi naturali (scogli). Infatti, l’inserimento ambientale di un masso naturale è sicuramente migliore di uno artificiale. Esistono zone del mondo, come ad esempio alcune nazioni del nord Europa (Paesi Bassi e Danimarca) e del medio oriente (Iraq, Emirati Arabi, ecc.) totalmente prive di cave in grado di produrre massi naturali di idonee dimensioni per applicazioni marittime. In queste zone, il ricorso a massi artificiali al posto di quelli naturali per la difesa delle coste può essere giustificato. Per contro, in Italia e in particolar modo nel Golfo di Salerno la presenza di cave terrestri poste a distanze non eccessive dalla costa, dotate di materiali naturali idonei per il presente progetto, ha indotto a non prendere in esame l’impiego dei massi artificiali sopra descritti.

Un’ulteriore “tecnica innovativa” da ritenersi ancora a “livello sperimentale” per la difesa delle coste, sviluppata agli inizi degli anni ’80 in Danimarca, è quella nota con il termine BMS (Beach Management System) che si basa sul drenaggio della falda costiera ottenuto mediante un sistema di tubazioni e pompe. Il sistema, brevettato dal Danish Geotechnital Institute, consente in effetti di ridurre la capacità di movimento della sabbia provocandone una stabilizzazione. Per contro il sistema presenta degli inconvenienti. Il principale è costituito dagli elevati oneri economici che occorre sostenere per garantirne il suo funzionamento e la sua manutenzione. Per quanto riguarda il funzionamento, le pompe, che drenano l’acqua, sono alimentate dalla corrente elettrica e quindi presentano un costo di esercizio piuttosto elevato. Si ricorda che il costo dell’energia elettrica in Italia è tra i più elevati d’ Europa e tra i più elevati al mondo. Inoltre, poiché in Italia gran parte dell’energia elettrica è prodotta ancora con combustibili fossili, da un punto di vista ambientale il consumo elettrico andrebbe rapportato alla produzione di anidride carbonica. Per quanto riguarda la manutenzione, le tubazioni spesso sono soggette ad intasamento a causa della sabbia che tende ad ostruire i filtri attraverso i quali dovrebbe passare l’acqua di drenaggio. Pertanto, frequentemente, sono necessari interventi di manutenzione che ovviamente presentano costi rilevanti. Infine, durante le mareggiate estreme, l’azione di stabilizzazione della sabbia operata dal sistema di drenaggio risulta generalmente poco efficace e si possono verificare danni agli impianti.

In generale, quindi, questi sistemi non hanno ottenuto sempre il successo sperato e attualmente nessuno di essi è stato utilizzato nel mondo per un intervento che presenta le dimensioni di quello in progetto dalla Provincia di Salerno (40 km di costa). Sicuramente i BMS possono essere più efficaci lungo coste soggette a mareggiate di modesta entità, come quelle che caratterizzano le coste della Danimarca che si affacciano sul Mar Baltico. In Italia sono stati istallati, a titolo sperimentale, alcuni impianti ad esempio ad Alassio, Bibbione, Ostia, Procida e a Metaponto. Nessuno di questi impianti è tuttora in funzione. Un ulteriore elemento che fa ritenere questa tipologia di interventi ancora in fase sperimentale è costituito dal fatto che mancano sistemi di dimensionamento certi di questi impianti, in relazione alle loro prestazioni morfodinamiche e, pertanto, il progettista si trova in difficoltà nel dimensionare gli stessi impianti e nel prevedere gli effetti che potranno produrre in futuro in termini di stabilizzazione della linea di riva. Per tali ragioni, si è deciso di non prendere in esame l’impiego di BMS per il presente progetto.

 Principio di funzionamento di un sistema di drenaggio BMS

Oltre ai pennelli e al ripascimento sono previste dal progetto della Provincia di Salerno altre tipologie di interventi?

Si, lungo il litorale di Pontecagnano posto a nord della zona di intervento ormai l’erosione ha raggiunto le infrastrutture situate sul litorale, costituite dalla strada che corre lungo la costa e da alcuni stabilimenti balneari. In questa zona, praticamente, la spiaggia non esiste più e le infrastrutture durante le mareggiate sono soggette a frequenti danni. L’unico sistema efficace di intervento in questa area è consistuito dal “blindare” la costa con un sistema di difesa a celle simile a quello realizzato lungo il litorale di Pellestrina a Venezia dal Magistrato alle Acque. Il sistema è costituito da una difesa parallela alla costa sommersa sulla quale si intestano pennelli parzialmente sommersi. La funzione della barriera parallela è quella di causare il frangimento delle onde, mentre quella dei pennelli è quella di bloccare la corrente longitudinale causata dalle onde a valle della difesa parallela. Nelle celle che si vengono a creare, sarebbe necessario versare artificialmente della sabbia allo scopo di ricostituire la spiaggia ormai scomparsa. A causa degli elevati volumi in gioco, dell’ordine di alcune centinaia di migliaia di metri cubi di sabbia, l’unica possibilità è costituita dal trovare la sabbia necessaria al ripascimento delle celle in giacimenti sottomarini. Al momento si sta valutando questa possibilità.

Ulteriori interventi previsti riguardano la riqualificazione ambientale delle dune e delle pinete mediante interventi di ingegneria naturalistica, come ad esempio la realizzazione di passerelle per l’attraversamento delle dune e la loro stabilizzazione mediante specie vegetali autoctone.

 Schema di difesa con “sistema a celle” accoppiato a ripascimento

 

Difesa costiera con “sistema a celle” e ripascimento, utilizzato a Pellestrina dal Magistrato alle Acque di Venezia, che verrà realizzato lungo il litorale di Pontecagnano

 

 Esempio di interventi di riqualificazione della duna costiera realizzati lungo il litorale di Cavallino a Venezia dal Magistrato alle Acque

 È prevista la Valutazione Ambientale dell’intervento?

Già in fase preliminare è stato svolto uno Studio Preliminare Ambientale, finalizzato all’individuazione dei fattori ambientali coinvolti e delle possibili interferenze con le azioni di progetto previste a livello preliminare. Il progetto definitivo dell’opera si sta sviluppando assieme allo Studio di Impatto Ambientale, in una logica di analisi della sostenibilità delle scelte progettuali e non di giustificazione a posteriori di decisioni già assunte. Strumento chiave nello sviluppo di tale processo è la Carta della Vulnerabilità dell’habitat dunale, sulla base della quale discutere il posizionamento delle opere e l’organizzazione dei cantieri.

Sono previsti anche interventi a carico della duna?

Si, sono previsti interventi di mitigazione degli impatti derivanti dalle azioni di progetto, nonché misure compensative e miglioramenti ambientali finalizzati sia al consolidamento del sistema dunale, che al mantenimento della funzionalità dell’ecosistema litoraneo. In relazione alla presenza diffusa, lungo l’intero tratto di litorale interessato, di fattori di rilevante disturbo dell’habitat (l'erosione della costa e del cordone dunale, nonché l’attività e gli insediamenti antropici) gli interventi a carico della duna saranno localizzati dove la minore incidenza di tali fattori consentirà un efficace utilizzo delle risorse pubbliche, in attesa che gli effetti delle opere rigide consentano, quanto meno, l’interruzione del processo di arretramento della costa e l’instaurarsi di condizioni di stabilità utili alla diffusione ed all’evoluzione della vegetazione dunale. Pertanto, tali opere saranno realizzate nelle aree di particolare valore naturalistico (Aree di connessione ecologica), nonché lungo i tratti di litorale esclusi dal posizionamento delle opere rigide (Area meridionale dell’unità fisiografica), dove tali interventi, in un ambito di minore incidenza del fenomeno erosivo, assumeranno particolare carattere di azione integrativa per la difesa della costa.